La storia dell’olivicoltura italiana è segnata da una costante ricerca dell’equilibrio perfetto tra la salute della pianta e la massimizzazione della produzione.
INIZIO XX SECOLO
Fino ai primi anni del ‘900, il sistema di allevamento dominante era il “Vaso Tradizionale” (detto anche “tronco di cono rovescio”) nel quale le branche primarie della pianta subivano ripetute cimature (taglio della cima) per agevolare la raccolta delle olive con le scale. Così facendo, però, ci si rese conto che le piante accumulavano una notevole quantità di legno strutturale (detto anche scheletro) che favoriva esclusivamente la porzione superiore della chioma a discapito di quella inferiore.
Il primo drastico rimedio che fu adottato fu quello della stroncatura periodica della struttura primaria, con l’idea di limitare lo sviluppo in altezza e, al tempo stesso, di rinvigorire la porzione inferiore della chioma. E se, da un lato, questo intervento garantiva agli agricoltori legna utile da ardere (molto importante per i tempi), dall’altro pregiudicava l’equilibrio vegeto-produttivo della pianta per almeno i 2-3 anni successivi.
ANNI ‘20 – ANNI ‘30: LA RIVOLUZIONE DEL VASO POLICONICO
La vera svolta epocale avvenne a partire dagli Anni ‘20, grazie al contributo visionario di due pionieri: il prof. Alfredo Roventini (Docente di Agraria alla facoltà di Pisa) e l’umbro Tonini. L’intuizione che i due tecnici portarono avanti fu davvero rivoluzionaria per l’epoca: rinunciare alla dicotomia originaria del fusto, strutturando la chioma su 3-4 branche primarie, ciascuna sviluppata su un unico germoglio “lussureggiante”.
Il risultato è una struttura composta da coni inclinati a circa 45° (da qui la denominazione poli-conico) vuoti internamente e distinti al vertice, in modo tale da avere più di una cima. In questo modo, si riesce ad ottenere un olivo uniformemente produttivo, tanto nella parte superiore quanto in quella inferiore.
In conclusione, si può certamente affermare che l’intuizione (oramai secolare) di Roventini e Tonini abbia contribuito come nient’altro al progresso dell’olivicoltura nazionale, in particolare per quella delle regioni dell’Italia centrale. L’abbandono della potatura dall’alto a favore di quella da terra, il passaggio dalla dicotomia ad una chioma caratterizzata da 3-4 branche primarie, la rinuncia a tecniche invasive come la stroncatura: se oggi siamo dove siamo, lo dobbiamo essenzialmente al contributo geniale di Roventini e Tonini, senza i quali oggi chissà di cosa staremmo a parlare.



